Gli immigrati chiedono una piazza nel centro storico per prepararne uno gigante, come simbolo di pace. L'idea è di preparare il cous cous più grande del mondo, per lanciare un messaggio di pace e magari per entrare nel Guinness dei primati.
Il problema è che l'idea è venuta ai leader della comunità degli immigrati di Treviso, città dell'estremo nord est italiano guidata dal sindaco leghista Gian Paolo Gobbo: uno, per capirci, che è appena stato rinviato a giudizio con l'accusa di banda armata nell'inchiesta della procura della Repubblica di Verona sulle Camicie Verdi e sulla Guardia Nazionale Padana.Insomma, Treviso non sembra esattamente il luogo dove è più facile concorrere per il primato nella categoria cous-cous.
Ma Abdallah Khezraji, uno dei leader degli extracomunitari locali, sostiene che il suo non è uno scherzo: "Vorrei organizzare a maggio una grande manifestazione per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla difficile situazione politica nelle aree del Sahara occidentale. E ho pensato che un cous cous gigante possa essere il simbolo migliore: infatti è legato all'idea di cibo come emblema di pace e dialogo, che il Marocco sta proponendo in questo come in molti altri casi di attriti politici e sociali".
La provocazione è stata talmente plateale da lasciare a bocca aperta le autorità leghiste locali, che pure in qualche modo dovranno rispondere alla richiesta di autorizzazione di usare la piazza per il mega cous cous.
Per ora il comune non ha emesso alcun comunicato formale in merito, e il sindaco il sindaco Gobbo preferisce glissare: "Non ne so nulla. Vedremo. Bisogna vedere se ci sono i requisiti...". Si è espresso invece in modo molto netto il senatore Piergiorgio Stiffoni, altro capataz del Carroccio locale: "Khezraij vada a cagare. Anzi: vada a fare il cous cous a Casablanca".
Da quando la Lega ha iniziato la sua campagna contro gli extracomunitari, è diventato il simbolo della tradizione straniera a cui opporsi, attraverso i famosi manifesti von la scritta: "Sì alla polenta, non al cous cous (orgogliosi delle nostre tradizioni)".
Tratto da l'Espresso, di Telesio Malaspina
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