Poche ore fa Noureddine Adnane è morto.
Nuoreddine viveva a Palermo con regolare permesso di soggiorno;
lavorava come ambulante, con regolare licenza.
Ma tutto ciò non è sufficiente in una città europea come Palermo: dove
le regole sono rispettate da tutti, dal primo cittadino, indagato per
abuso d'ufficio, all'ultimo posteggiatore abusivo con cui tutti
accettiamo silenziosamente di convivere.
All'ennesimo sequestro della propria merce, in via Ernesto Basile
venerdi scorso, il ragazzo in preda alla disperazione si è cosparso di
benzina e si è dato fuoco.
Diego Cammarata, il primo cittadino in questione, si è prodigato a
portare la propria solidarietà e la solidarietà dell'intera città alla
famiglia del ragazzo, mentre era ancora in vita, ricoverato
all'ospedale Civico al reparto gravi ustionati.
Noureddine era un ragazzo onesto. Non ha inneggiato alla violenza, non
ha scatenato una rivolta della comunità marocchina contro
l'atteggiamento arrogante della polizia municipale: a quanto pare
l'atteggiamento dei vigili era ben noto ai colleghi di Noureddine,
tanto da far guadagnare a uno di loro il soprannome di Bruce Lee, per
i metodi violenti con cui rigorosamente svolgeva il suo "lavoro".
Probabilmente in una città dove chi sopravvive impara ad usare la
violenza come strumento di confronto anche lui avrebbe dovuto usare
violenza contro altri piuttosto che contro se stesso: come avrebbe
letto l'opinione pubblica questo suo atteggiamento? In quanti si
sarebbero dissociati da un comportamento violento? Quanti avrebbero
sostenuto che ci sono altre vie per risolvere i problemi di questo
genere?
Invece la generazione dei "giovani in rivolta", a Palermo, piuttosto
che ribellarsi, si uccide: Norman, dottorando palermitano, istruito e
con un bel curriculum, si uccide; Noureddine, immigrato regolare in
cerca di serenità, si uccide.
Stiamo uccidendo la capacità di riuscire a vedere con lucidità quando
la misura è colma.
Siamo omolagati al pensiero unico che "il coltello dalla parte del
manico ce l'hanno loro".
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